Un soggiorno tranquillo in ospedale che si è trasformato in un’inaspettata fonte di speranza

voce, senza fretta. Mi chiedeva come stavo, mi sistemava la coperta, controllava i monitor e mi rivolgeva sempre qualche parola gentile.

“Riposati ora.”

“Non mollare.”

“Stai facendo meglio di quanto pensi.”

Erano frasi semplici, ma in quella stanza sterile significavano tutto.

In quei momenti, mi sentivo vista, non come un numero di paziente o una cartella clinica, ma come una persona. La sua presenza è diventata un’abitudine, un conforto discreto che mi ricordava di non essere completamente sola durante uno dei periodi più difficili della mia vita.

Una volta uscita